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Freud e Mosè

In this photo released by the Sigmund Freud Museum in Vienna former Austrian psychoanalyst Sigmund Freud is pictured in his working room in 1938. Austria and the world will be celebrating Sigmund Freud's 150th birthday on Saturday May 6, 2006. (AP Photo/Sigmund Freud Museum)

“Non è impresa né gradevole né facile privare un popolo dell’uomo che esso celebra come il più grande dei suoi figli: tanto più quando si appartiene a quel popolo. Ma nessuna considerazione deve indurre a subordinare la verità a presunti interessi nazionali, quando dal chiarimento di un problema obbiettivo possiamo attenderci un progresso delle nostre conoscenze”

 Incomincia così questo scritto di Freud. Un libro che è il testamento del grande studioso e nello stesso tempo la dimostrazione della sua onestà intellettuale e del desiderio di conoscere e di capire che ha guidato tutta la sua vita. – Mosè e il Monoteismo fu scritto prima a Vienna e poi pubblicato in Olanda nel 1938. E’suddiviso in 3 parti. Freud era affascinato dall’Antichità e possedeva una notevole collezione di reperti archeologici, soprattutto egizi e non se ne separò nemmeno in esilio.

Egli affermò, che la storia della nascita di Mosè è una replica di altri antichi miti sulla nascita di alcuni dei grandi eroi della storia. Freud sottolineò, tuttavia, che il mito della nascita e l’esposizione di Mosè si distingue da quelle degli altri eroi e varia da loro su di un punto essenziale. Per nascondere il fatto che Mosè era Egiziano, il mito della sua nascita fu invertito per farlo veniree al mondo da umili genitori e soccorso da una famiglia importante:

E’ molto diverso nel caso di Mosè. Ecco la prima famiglia, normalmente di umili origini, e abbastanza modesta. Lui è un bambino nato da Ebrei Leviti. Ma la prima famiglia viene sostituita in questo caso, da una seconda, la casa Reale d’Egitto. Questa strana divergenza di genere, ha colpito molti ricercatori.”

Freud ha osservato la stranezza che il legislatore Israelita, se in realtà Egiziano, avrebbe dovuto trasmettere ai suoi seguaci una fede monoteistica, piuttosto che la classica credenza egiziana in una pletora di dei e immagini. Allo stesso tempo, ha trovato grande somiglianza tra la nuova religione che Akhenaton ha cercato di imporre al suo paese e l’insegnamento religioso attribuito a Mosè.

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Freud giunse alla conclusione che Akhenaton fu ucciso dai suoi stessi seguaci a causa della natura aspra del suo regime monoteista e ha suggerito che in seguito uno dei suoi alti funzionari, probabilmente chiamato Thutmose, un aderente alla religione di Aten (Aton), scelse la tribù Ebraica, che già abitava a Goshen nel Delta orientale, per essere il suo popolo eletto, li portò fuori dall’Egitto, all’epoca dell’’Esodo e trasferì a loro, i principi della religione di Akhenaton. L’origine del nome Mosè era mos, la parola Egizia “bambino”, che troviamo in molti nomi Egizi composti, come Ptah-mos e Thut-mos.

La nascita di Mosè ed il suo essere salvato dalle acque è la replica esatta della storia di Sargon, salvato dalle acque nel 2540 a.C e diventato re degli Accadi. I dieci comandamenti sono una sintesi dei 42 peccati che il ka doveva dichiarare di non aver commesso davanti ai 42 giudici e ad Osiride. L’arca dell’alleanza che dio aveva ordinato di edificare nel tempio di Salomone, riproduce la barca degli dei del tempio egiziano.

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Il libro dei Proverbi, forse le pagine più belle dell’Antico Testamento derivano da un papiro del 2000 a.C. La saggezza di Amenope, ora conservato al British Museum. Per non parlare della somiglianza dei Salmi della Bibbia con gli inni al dio Sole di Akhenaton (vedere Salmo – 104 di Davide). La morale civile e sociale è nata quindi molto prima che Mosè salisse sul monte e ne scendesse con i pietroni scritti da dio. Fa parte dell’umanità da quasi 5000 anni ed è una scoperta civile ed umana che si tramanda nei secoli.” La virtù dell’uomo è il suo monumento, ma sarà dimenticato l’uomo malvagio” Si trova scritto su una pietra tombale egizia del 2200 a.C.

Quello che nessuno menziona è il “Contro Apione di Giuseppe Flavio”. Qui l’autore menziona Manetone, il sacerdote e storico egiziano della fine del IV sec a. C. Manetone sostiene che Mosè era un famoso sacerdote egiziano di Eliopolis che fu cacciato dall’Egitto poiché si era unito ai lebbrosi. L’importanza di questa menzione di Giuseppe Flavio deriva dal fatto che questi si adopera tenacemente per confutare le parole di Manetone.

Tito Flavio Giuseppe (in latino: Titus Flavius Iosephus), nato Yosef ben Matityahu (IPA: jo’sɛf bɛn matit’jahu) (in ebraico: יוסף בן מתתיהו‎?; Gerusalemme, 37-38 circa – Roma, 100 circa) è stato uno scrittore, storico, politico e militare romano di origine ebraica. Conosciuto anche come Flavio Giuseppe, Giuseppe Flavio o semplicemente Giuseppe, scrisse quasi tutte le sue opere in greco.

Freud sostiene che la circoncisione sia stata data agli ebrei da Mosè e questa, come riporta anche Erodoto, era una peculiarità egizia, che gli ebrei riconoscono di aver ricevuto dagli Egiziani assieme al divieto di magiare carne di maiale, un animale sacro in Egitto.

Ma allora chi era Mosè?

Per capirlo dobbiamo ritornare ai tempi del faraone Amenofi IV salito al trono dopo la morte di Thumtmose III. La sua fama è legata al suo ruolo di condottiero nell’esodo degli Ebrei dall’Egitto alla Terra Promessa attraverso il Mar Rosso e il deserto, e alla funzione di legislatore a seguito delle rivelazioni divine sul Monte Sinai, dove gli sarebbe stato consegnato da dio stesso il Decalogo con i comandamenti e gli sarebbero state insegnate le Leggi che formeranno la cosiddetta “Legge mosaica” o Torah. Sappiamo il legame che unisce Mosè a questa terra, dove nacque e fuggì con il suo popolo. Mosè è una figura della memoria ma non della storia, Akhenaton invece, è una figura della storia e non della memoria. Alcuni studiosi ritengono che il monoteismo del personaggio biblico deriva da quello del sovrano egizio.

La biblica «distinzione» operata da Mosè – il rifiuto cioè di politeismo, idolatria e superstizione in nome del monoteismo – era stata preceduta da un’analoga «distinzione» da parte del faraone: e vi fu chi, come Freud afferma che il profeta biblico consegnò, da egizio, agli ebrei dell’Esodo proprio il monoteismo di Akhenaton. E’ nell’epoca di Akhenaton in una situazione di profonda anarchia e disordine sociale che Freud colloca l’esodo degli Ebrei, i quali, guidati da Mosè, un alto funzionario di Akhenaton, caduto in disgrazia alla morte di costui, lasciano l’Egitto per trovare una loro vera patria. Meta della migrazione doveva essere la terra di Canaan dove avevano fatto irruzione le orde dei bellicosi Aramei, chiamati Habiru ed il cui nome fu poi trasferito agli Ebrei. Freud suggerisce pure che Mosè un grande personaggio egizio, abbia portato con sé i suoi scribi egiziani, ossia i Leviti.

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Ma il passato, anche se remoto non ci abbandona così facilmente  e Freud, costretto a fuggire dalla sua Vienna per colpa della persecuzione nazista, trova una spiegazione dell’odio dei Cristiani europei contro gli Ebrei nella storia: “…I motivi dell‘odio per gli Ebrei sono radicati nel passato più remoto, agiscono nell’inconscio dei popoli….non dimentichiamoci che tutti questi popoli che oggi hanno il primato dell’odio per gli Ebrei sono diventati cristiani solo in epoca storica tarda, spesso spinti da sanguinosa coercizione. Si potrebbe dire che sono tutti -battezzati male- e che sotto una sottile verniciatura di cristianesimo sono rimasti quello che erano i loro antenati che professavano un barbaro politeismo. Non hanno superato il loro rancore contro la nuova religione che è stata loro imposta, ma l’hanno spostata sulla fonte donde la nuova religione è loro venuta.” Sono d’accordo con lui ma aggiungerei che la persecuzione nei secoli non ha riguardato solo gli Ebrei ma pure i pagani, quindi le donne che tramandavano le cure naturali in disaccordo con la terrificante medicina ufficiale, e considerate perciò streghe, coloro che cercavano di ragionare con la propria testa come Campanella, Giordano Bruno o Galilei, i serpenti, i gatti, praticamente tutti gli aspetti della natura in cui gli Egizi vedevano l’espressione della divinità. Sembra che l’imperante monoteismo abbia voluto cancellare con queste migliaia, anzi milioni di vittime, ogni traccia del pensiero egizio dalla nostra esistenza.

Leonardo Paolo Lovari

 

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I primi passi sulla via dell’iniziazione

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Non ero uscita da un’esperienza dolorosa, da un trauma, o da una separazione. Anzi, le mie esperienze adolescenziali nel mondo esterno mi avevano regalato gioie, soddisfazioni ed ispirazioni. Non avevo ancora nulla dalla vita eppure sentivo di possedere qualcosa di assai prezioso: la coscienza. Mi guardavo attorno e mi appariva ben chiaro che i sensi fisici non dicevano tutto, che la realtà era infinitamente più vasta e misteriosa di quello che si prospettava davanti ai miei occhi.

Quando si osserva il passato alla luce della consapevolezza del presente, esso viene completamente reinterpretato. Già a quei tempi cominciavo ad avere un primo, seppur debole ed indefinito “risveglio”. Pensavo: “C’è qualcosa più di quello che vedo con gli occhi fisici. Il mio corpo fisico si addormenta durante la notte, la mia coscienza dorme a sua volta, ma ad un certo punto…mi trovo sveglia in un’altra parte, diciamo, un luogo non fisico. Eppure il mio corpo dormiva, ma io ero proprio in un altro luogo! E’ come se la mia coscienza risiedesse originariamente in un altro luogo, altrove, un luogo non collocabile nello spazio e nel tempo”

Frequentavo il primo anno del ginnasio. Fu l’anno scolastico più intenso e faticoso di tutta la mia carriera scolastica, perché nel liceo classico venivano poste le basi di tutte le conoscenze, nonché la base del corretto parlare: lo studio della grammatica italiana, greca, latina, per poter creare le basi per la traduzione delle versioni. Ma a cosa serviva tradurre brani scritti in lingue che non esistevano più? L’avrei compreso solo in seguito: serviva a creare strutture mentali per organizzare non solo un discorso ma lo stesso pensiero; soggetto, verbo, complemento oggetto, e altri complementi. Chi? Che cosa? Quando? Dove? Perché?  Serviva quindi a definire la struttura causa-effetto della realtà, che è la stessa del pensiero. E’ importante dare una struttura ordinata al proprio pensiero, perché- e questo l’avrei compreso solo in seguito- le intuizioni spirituali possano prendere vita efficacemente solo in una struttura mentale ordinata ed equilibrata. Se le strutture mentali sono troppo ingombranti, tuttavia, esse potrebbero ostacolare il libero fluire della conoscenza spirituale.

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Il 24 marzo è una data che ricordo come un importante anniversario. Non a caso coincideva con l’equinozio di primavera, importante momento per qualunque pratica magica. Quando il sole entra nella costellazione dell’Ariete è un nuovo inizio, e così è stato per me, in quel giorno in cui gli studenti del mio liceo avevano programmato uno sciopero per partecipare ad un corteo-manifestazione.  Improvvisamente mi staccai dal corteo per camminare da sola e mi inoltrai in una strada che conduceva nella zona dove avevo trascorso insieme ai miei affezionati amici quella precedente estate. Un irrefrenabile impulso mi spinse ad entrare in una libreria e, tra i vari libri, uno in particolare mi chiamò. Era solo il primo tra quelli che sarebbero state le migliaia di libri di spiritualità ed esoterismo che avrei letto nel corso della mia esistenza. Quel libro si intitolava “Scopri e sviluppa i tuoi poteri paranormali” e si occupava del settore della “parapsicologia” che costituì per me un trampolino di lancio.  Già ben prima di questo libro mi ero convinta che nell’uomo risiedessero facoltà inesplorate, e che ordinariamente egli utilizzasse solo una piccola parte delle sue potenzialità.  Si ritiene comunemente, infatti, che ben il 70%, se non di più, delle attività e potenzialità cerebrali non venga impiegato. Percepivo già che ci fosse qualcosa di più dell’ordinario cervello, e che quest’ultimo fosse solo uno strumento di qualcosa di non fisico, invisibile ma assolutamente base di tutto ciò che esiste. Ero sempre più convinta che l’esistenza umana fosse ricca di misteri che la scienza non riusciva a spiegare. E’ per questo che mi sentii particolarmente attratta da quel libro.
Quello per me fu solo l’inizio di un viaggio lunghissimo, che mi avrebbe condotto là dove non avrei mai immaginato.

Dopo pochi giorni, durante una mia passeggiata nelle vie del centro città, una forza indefinita condusse i miei passi in una libreria che stava svendendo con lo sconto del 70% molti testi della casa editrice Melita che aveva ristampato importanti testi di esoterismo, spiritualità e magia.  Certi libri chiamano, oltre ogni causa razionale…chiamano perché così deve essere, perché quel determinato libro in qualche modo è già in se stessi, nella propria interiorità profonda. Il libro che in quella circostanza mi “chiamò” fu “La scienza occulta” di Rudolf Steiner.

La complessità del pensiero di Rudolf Steiner è pari a quella della sua opera, che comprende oltre ai testi fondamentali anche le numerosissime conferenze tenute in 25 anni, in un corpus composto da circa trecento volumi. Sulle fondamenta di quella che lui denomina “Scienza dello Spirito” si basa tutto un edificio che racchiude svariati campi del sapere, dalla filosofia alla pedagogia, dalla storia alla scienza, dall’agricoltura alla medicina. Steiner espone i fondamenti di una “disciplina occulta”, intesa come un cammino di conoscenza che ha come obiettivo l’evoluzione spirituale dell’uomo. Secondo Steiner ogni uomo può giungere alla conoscenza dei “mondi spirituali” e avere accesso ai “segreti iniziatici”, risvegliando le facoltà spirituali celate nel profondo della propria anima.  I sistemi di disciplina spirituale e le tecniche di meditazione da lui divulgate provengono da esperienze e scuole antichissime, tramandate da tradizioni spirituali sia occidentali che orientali.

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Secondo Steiner, la certezza del mondo fisico la si può accostare alla certezza del mondo spirituale, in una concezione del mondo spirituale come “spazio animico”. L’antroposofia è, secondo Steiner, la via tramite la quale è possibile conoscere l’uomo interiore, spirituale: la scienza dell’uomo spirituale.

L’antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’uomo allo spirituale che è nell’universo. Sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento. Deve trovare la sua giustificazione sul fatto che essa è in grado di offrire a questo bisogno un soddisfacimento. Può riconoscere l’antroposofia solo chi trova in essa quel che deve cercare per una sua esigenza interiore. Possono perciò essere antroposofi soltanto quegli uomini che sentono i problemi sull’essere dell’uomo e del mondo come una necessità vitale, come si sentono fame e sete.

Cominciai a leggere quel libro che per me è stato fondamentale, e che ho avuto modo di rileggere nel corso della mia vita, trovandovi sempre qualcosa di nuovo e utile. Da subito mi cominciai ad accorgere che i suoi contenuti mi erano già, in qualche misteriosa maniera, familiari. In particolare, nel terzo capitolo de “La scienza occulta”, viene spiegata la costituzione spirituale dell’uomo secondo la Scienza dello Spirito. L’essere umano è costituito dal corpo fisico, parte materiale del corpo umano, condivisa con il regno minerale; il “corpo eterico” è la componente vitale tipica del regno vegetale. Poi c’è il “corpo astrale”, sede delle emozioni e della vita interiore rappresentativa, nonché della percezione neurosensoriale. Infine c’è “l’io”, prerogativa dell’essere umano, che si articola in tre forme animiche (anima senziente, anima razionale, anima cosciente). In particolare, il capitolo “sonno e morte”dava in qualche modo una spiegazione alle esperienze di coscienza che avevo avuto durante il mio sognare infantile. Era come se io già conoscessi intimamente quei contenuti. Leggendo ciò che Steiner scriveva della vita interiore dell’uomo, rimasi colpita dalle indagini chiaroveggenti di Steiner riguardo al passato della Terra e dell’universo. Secondo Steiner la storia fisica come noi la conosciamo è solamente una piccolissima parte esteriore di una storia cosmica che ha origini nei piani spirituali in diverse ere. E poi mi soffermai sul capitolo che impressionò di più: quello della pratica spirituale di sviluppo degli stati di coscienza: immaginazione, ispirazione, intuizione.

Avevo appena compiuto quattordici anni quando cominciai ufficialmente il cammino spirituale, ossia quando, davanti al potere supremo chiamato vita, pronunciai il solenne giuramento che avrei dedicato la mia vita intera allo Spirito.

Era già arrivato per me il momento di praticare.  Già avvertivo, infatti, l’importanza della pratica interiore, che rendeva speciale e peculiare l’esoterismo nei confronti degli altri campi del sapere. Nei testi di parapsicologia erano esposti in maniera chiara alcuni esercizi di visualizzazione, concentrazione, silenzio mentale, che avevano lo scopo di far raggiungere alla mente del praticante il cosiddetto “stadio alfa”. A questo scopo sono essenziali le tecniche di rilassamento.

Le mie letture cominciarono rapidamente ad espandersi. Al termine dell’anno scolastico trascorsi le vacanze estive interamente immersa sia in uno studio teorico, sistematico e attento delle opere esoteriche di vari autori, che nella pratica delle tecniche interiori che cominciavo gradualmente ad apprendere. Parte integrante dei miei studi iniziali vertevano sulla storia dell’esoterismo, che mi consentì fin da subito di conoscere teoricamente gli indirizzi fondamentali e gli autori di quello che, cominciavo a rendermi conto, era un campo vastissimo e variegato. E’ come la storia della filosofia, la storia della letteratura, la storia dell’arte, che si studiano per correnti e autori: la storia dell’esoterismo è cominciata con la nascita dell’uomo e si è sviluppata nello spazio e nel tempo, rivolgendo all’umanità un messaggio universale che però, incarnandosi nella dualità, ha assunto forme e modalità diverse nel tempo e nello spazio.

Questo per me era solo l’inizio di un lungo viaggio che già mi catturava e assorbiva completamente. In quei primi mesi mi era già assolutamente chiaro che avrei dedicato tutta la mia vita a quello che identificavo come “cammino spirituale”, due semplici parole, magari banali, che però indicavano qualcosa che avrebbe interamente condizionato la mia esistenza. Nei primi tempi le letture si concentrarono sugli autori e scuole esoteriche occidentali: l’antroposofia, Cornelio Agrippa, Eliphas Levi, Paracelso, la Teosofia, la Golden Dawn, Papus,  e tanti altri.

Una sera di luglio, dopo tante ore di lettura, chiusi gli occhi e mi immersi in un profondo rilassamento. Improvvisamente, immagini di quello che sembrava un lontano passato, cominciarono a sfilare dinanzi al mio sguardo interiore: mi trovavo in una grande sala e partecipavo ad una cerimonia-rituale, nella quale gli adepti indossavano un’alba bianca. Grande era l’energia sprigionata dalle parole e dai movimenti dei presenti. Dopo lunghi secondi di attenta e stupita contemplazione, quelle immagini furono risucchiate dalla profondità dalla quale erano poco prima sorte. Cosa era stato, sognante fantasia stimolata dalle letture esoteriche? Ricordi di un lontano passato, in qualche modo appartenente a me, o a qualche altra persona? Stavo forse attingendo alla memoria cosmica, nella quale sono contenute tutte le immagini di ciò che è accaduto, e che nell’esoterismo rinascimentale era chiamato “luce astrale”?  Un’immagine di un mio probabile futuro? L’avrei scoperto solo vivendo.

Mi affascinava, in particolare, il concetto di “luce astrale” che avevo appena appreso e che risuonava profondamente in me nella sua profonda verità: una grande ed impersonale memoria immaginativa di pensieri, emozioni, sentimenti, eventi, memoria a cui è possibile attingere in qualunque momento, se opportunamente sintonizzati. Questo concetto mi sembrava intensamente vivo, in quanto percepivo che ciò che leggevo non era carta morta ma era vivente, come era ancora vivente il pensiero di quegli autori che vibrava in me se solo chiudevo gli occhi tra una riga e l’altra.

La mia pratica di quei primi mesi consisteva in un’iniziale seduta di rilassamento. Per alcuni mesi praticai anche il training autogeno di Shultz, in particolare l’esercizio del calore e della pesantezza, che incrementavano il mio stato di rilassamento. In seguito introdussi la concentrazione su un oggetto per almeno cinque minuti, e la visualizzazione, che consisteva nell’esercitarmi a visualizzare forme geometriche o i colori, in particolare il blu. E poi, tecnica importante che non avrei mai abbandonato: il silenzio interiore, di cui solo negli anni successivi avrei compreso l’estrema importanza.

Notavo che quando raggiungevo profondi stati di rilassamento, veniva modificato il mio stato di coscienza; ad un certo punto mi trovavo dinanzi ad un confine, una soglia che presentava due alternative: una era quella di scivolare nel sonno, l’altra quella di esplorare un nuovo stato di coscienza, intenso e profondo. Il corpo diventava impercettibile, anche se la lotta per raggiungere un rilassamento autentico era dura. Il corpo costituisce per definizione un ostacolo che sembrerebbe insormontabile. Occorre tanto esercizio e molta forza di volontà per ottenere un rilassamento vero e proprio. E’ estremamente facile il formarsi di contratture muscolari che persistono nel tempo, fino a diventare croniche; più difficile, invece, decontrarre ciò che è persistentemente contratto, molto spesso a causa di blocchi psicologici od emotivi, ma spesso per la tensione con la quale si eseguono esercizi psichici particolarmente impegnativi.

Il problema che cominciai ad riscontrare negli esercizi era che, una volta raggiunto un discreto rilassamento, nel momento in cui cominciavo a concentrarmi o a svolgere qualsiasi attività interiore come la visualizzazione, sorgeva qualche tensione in qualche punto del corpo, ad esempio nel collo oppure nell’addome. E’ un ostacolo che mi portai avanti per lungo tempo. In seguito notai che, proseguendo nella pratica, la tensione fisica veniva poi ridotta man mano che si approfondiva il livello di concentrazione (fenomeno che poi avrei identificato come “passaggio dalla coscienza cerebrale alla coscienza spirituale”), fino a scomparire del tutto man mano che diventavo capace di raggiungere profondi stati di concentrazione o silenzio interiore. Solo nell’anno seguente avrei compreso l’importanza e il significato della pratica della concentrazione-silenzio interiore, attraverso le opere di Massimo Scaligero. Gli ostacoli degli esercizi non mi scoraggiavano, anzi mi incitavano a continuare nella pratica per migliorare. Mi accorgevo che le tecniche spirituali avevano bisogno di estrema costanza, proprio come in tutti i campi della vita. Nel mondo ordinario, infatti, qualunque professione è basata non soltanto sullo studio teorico, presupposto basilare, ma prende vita solo con la pratica, attraverso l’esperienza e la ripetizione costante.

Hermelinda

Tratto dal libro: MEMORIE DI UNA VIAGGIATRICE DELLO SPIRITO

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La legge esoterica del Tre, fra mistica ebraica, esoterismo vedico ed alchimia.

Uno studio attento delle scienze esoteriche ci permette di collegare tradizioni lontane solo in apparenza, ma che rimandano ad un’unica, atemporale, conoscenza. La legge del tre, enunciata in occidente in modo più divulgativo da Gurdjieff, fu così descritta: “Ogni cosa nel mondo, tutte le manifestazioni di energia, tutti i tipi di azione, sia nel mondo che nell’attività umana, sia interni che esterni, sono sempre manifestazioni delle tre forze che esistono in natura. Queste forze sono chiamate: attiva, passiva e neutralizzante…”

  Ma per comprendere più in profondità tale legge occorre chiarire il concetto di multi-dimensionalità.  Le varie tradizioni spirituali hanno affermato l’esistenza di altre dimensioni oltre quella  materiale. Oggi la teoria scientifica delle Stringhe lo conferma.  Secondo tale studio (perfettamente strutturato matematicamente) esistono almeno dieci dimensioni, oltre le quattro comunemente studiate dalla fisica. Ciò coincide perfettamente con la visione della scienza cabalistica delle dieci Sephirot, come dieci livelli di manifestazione dimensionale del divino nella materia:

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  Le dieci Sephirot, qui collegate ai centri energetici dei Chakra, non sono soltanto dei piani di esistenza fisica, ma simboleggiano qualità, virtù, stati di coscienza, che l’essere umano deve raggiungere, per elevarsi spiritualmente. In termini fisici si tratta di aumentare la propria frequenza vibrazionale, portando ogni aspetto di sé ad un completo servizio della luce divina, massima vibrazione. Tale vibrazione aumenta velocemente mediante la Bhakti, l’amore verso Dio. Guardiamo meglio queste dimensioni, per paragonarle poi alla tesi scientifica delle Stringhe. L’uomo incarcerato nel proprio falso ego vive al livello dei tre chakra inferiori, che corrispondono alle quattro sephirot più basse; chi non riesce ad andare oltre queste vibrazioni ancora meccaniche ed istintive non può che percepire solo le quattro dimensioni classiche del mondo materiale. Chi riesce a portare il proprio stato di coscienza oltre l’animalità inizia a percepire altre dimensioni.  Le Sephirot in basso sono qui rappresentate:

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  Nella Scienza Sacra della Kabbala ritroviamo una sintesi perfetta dell’intero sapere esoterico, comprendente astrologia, alchimia e psicologia sacra. Da un punto di vista fisico Malkut corrisponde alla dimensione Tempo (“Il tempo è il mio territorio” diceva Goethe) e l’uomo vive una dimensione materiale grazie al tempo. Mentre  Netzach, Iesod e Hod rappresentano le tre dimensioni spaziali: altezza, larghezza e profondità:

Sephirot Psicologia esoterica

e Kabbalistica

Guna (condizionamento materiale) Dimensione spaziale Lavoro alchemico
Netzach La Vittoria

(A questa dimensione è associata Venere, l’amore materiale, distorsione di Prema, amore puro)

Rajas (Passione)

Altezza

(La Vittoria è un salire verso l’alto; come la Passione può trascinare verso il basso,  l’Amore può portare fino all’altezza suprema: Dio)

Lussuria da trasformare in Amore

(fase Rubedo)

Iesod Il Fondamento

(A questa dimensione è associata la vita organica, ripetitiva e gestita dagli istinti)

Tamas (Ignoranza) Larghezza

(Il Fondamento è la Base, la lunghezza su cui si costruisce ogni cosa. Può degenerare nella staticità piatta della palude o diventare Servizio continuo, come una retta infinita)

Pigrizia

da trasformare in Servizio

(fase Nigredo)

Hod La Gloria

(A questa dimensione è associata l’intelligenza, il Logos)

Satva

(Virtù)

Profondità

(L’intelligenza, che scava ogni fenomeno in profondità, può diventare ipocrisia o glorificazione di Dio)

Ipocrisia da trasformare in Verità Spirituale  (fase Albedo)

In realtà la Scienza delle Sephirot è inesauribile, ma questo schema può essere di grande aiuto per iniziare il lavoro su sé stessi. L’essere umano si trova prima di tutto a fare i conti con la sfera di Malkut, il Regno opaco della materia con tutte le sue leggi limitanti; cosa fare? Prima di tutto occorre svolgere il proprio dovere (come suggerisce Sri Krishna ad Arjuna nel secondo Capitolo della BhagavadGītā ); assumendo  le responsabilità del nostro Dharma purifichiamo noi stessi e ciò che ci circonda; colui che non compie i propri doveri quotidiani come potrà lavorare sulle tre Sephirot successive? Come potrà trasformare la lussuria in amore, la pigrizia in servizio e l’ipocrisia in verità? Abbiamo tutti un grande compito da svolgere, come ha detto il Maestro Aïvanhov: “Un giorno l’universo tornerà ad essere luce e rientrerà nel suo stato primordiale di purezza e trasparenza. […] La materia è altrettanto sacra, altrettanto santa quanto lo spirito, perché figlia dello spirito.” Si tratta di fare una grande opera vibrazionale, su sé stessi e sulla propria realtà, solo così l’opacità della materia recupererà la trasparenza dello spirito. Come possiamo accelerare tale processo?

Lavorando con la Sephirot successiva, che corrisponde al chakra del cuore: Tiferet, il Sole, la Bellezza Suprema. Non a caso il neoplatonismo indicava nella contemplazione della bellezza una via maestra per elevare l’anima al divino. La Bellezza suprema coincide con il Bene e la bontà suprema, ecco il grande nesso tra Etica ed Estetica che l’umanità ha smarrito; non ci si può stupire che una società che coltiva brutture e orrori degeneri anche eticamente…Ecco il ruolo santo dell’artista, colui che può far agire la potenza vibrazionale di Tiferet sul mondo. Per fare ciò l’artista stesso deve lavorare sulle sfere più basse, purificandosi in modo tale da poter ricevere le forme assolute della Bellezza. Così hanno fatto uomini come Leonardo, Raffaello, Goethe, Bruckner, Mahler e tanti altri…I tre Guna nell’esoterismo vedico riassumono tutti i livelli di condizionamento materiale a cui la coscienza è soggetta. La scienza dei Guna proprio perché indica le nostre catene ci indica anche il modo per spezzarle. In realtà nella nostra caduta libera siamo in possesso di un formidabile paracadute, il paracadute della conoscenza vedica, ma bisogna essere consapevoli dell’esistenza di questo paracadute per poterlo azionare. Ma qui sorge un antichissimo problema filosofico: come conciliare il forte determinismo dei guna col libero arbitrio? Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima analizzare in modo corretto ognuno dei tre guna. Krishna inizia dicendo:

    sattvam rajas tama iti / gunāh prakrti-sambhavāh / nibadhnanti mahā-bāho / dehe dehinam avyayam.  ( Cap. 14, verso 5)

    Sattva, Rajas e Tamas sono i tre guna, i tre legami prodotti dalla natura materiale; [Arjuna] dalle braccia potenti, essi condizionano la coscienza dell’essere vivente eterno quando assume un corpo.

   Krishna ci informa subito dicendo che l’essere vivente, l’anima, l’energia di pura coscienza, in realtà è incondizionato nella sua natura eterna, ma nell’assumere un corpo l’essere è come costretto a subire il giogo di queste tre influenze. Ogni guna può essere paragonato ad una macro-struttura, ad una dimensione fondamentale dell’energia materiale, così come lo spazio stesso è strutturato secondo tre dimensioni (che corrispondono in realtà, come vedremo, ad  ognuno dei tre guna). Una volta immersi nello spazio, a causa dell’identificazione col corpo, non possiamo che muoverci in lunghezza, in altezza o in profondità; muoversi in altre direzioni o dimensioni significherebbe trascendere la natura dello spazio materiale; analogamente una volta immersa nella mente materiale

la nostra coscienza potrà muoversi secondo le strutture del Sattva, del Rajas e del Tamas. Vediamo queste strutture in dettaglio:

   tatra sattvam nirmalatvāt / prakāsakam anāmayam / sukha-sangena badhnāti / jñāna-sangena cānagha.  (cap. 14, verso 6)

   Il Sattva, essendo il più puro, illumina e purifica l’anima da ogni impurità; esso condiziona la coscienza legandola al benessere e alla conoscenza, o [Arjuna] senza-peccato.

    Chi vuole svegliarsi durante un magnifico sogno? Nel Sattvaguna la nostra coscienza è legata all’illusione materiale in modo armonioso,  il benessere interiore ed esteriore proseguono di pari passo e le felicità sembra essere qualcosa di concreto…La conoscenza è un nostro possesso naturale e senza sforzo la nostra mente riesce a cogliere verità sempre più elevate. Ecco perché il Sattva  è una dimensione preziosa e pericolosa nello stesso tempo, in tale stato l’illusione non provoca il dolore che analizzeremo nei guna successivi; molti restano legati a questo guna per molte vite, senza rendersi conto che si tratta di una gabbia d’oro, una superba illusione che incatena la nostra coscienza alle quattro sofferenze fondamentali: nascita, malattia, vecchiaia e morte. Ma un uso corretto del Sattva è la benedizione più grande, poiché solo in questa dimensione la mente può iniziare a comprendere le verità superiori e i metodi per realizzare la vera felicità, dove non esiste alcuna sofferenza. Ecco perché le persone sattviche dovrebbero ricercare un maestro spirituale per non sprecare inutilmente il guna più adatto al percorso interiore. E di solito queste persone sono alla ricerca del Maestro e lo cercano nei libri, nelle tradizioni, nella scienza, nella filosofia…Ma senza la guida adatta anche loro rischiano di perdere questa dimensione di serenità e benessere relativo. Ma coloro che hanno compreso la conoscenza vedica sanno come utilizzare questo guna. Esso è come una piattaforma che può essere usata per attraversare l’oceano della sofferenza e del ciclo di nascita e morte, il Sattva è una zattera ideale…

Abbiamo visto che il guru è colui che ci guida in questa navigazione, ma ora dobbiamo comprendere come sviluppare sempre più il Sattva, dato che ci troviamo in un periodo storico dell’umanità dove non predomina questo guna. Anche in altri testi vedici Krishna consiglia di coltivare questo guna, poiché è l’unico dal quale possiamo trascendere ogni condizionamento materiale. Perché? Perché esso ci consegna due chiavi importanti per aprire la porta del cammino dello yoga: il benessere e la conoscenza. Come si può svolgere qualsiasi compito quando la nostra mente è immersa nel dolore? Come meditare su Dio quando un atroce mal di denti ci attanaglia?  Il saggio autentico usa subito la propria salute fisica e mentale per concentrarsi sulla pratica interiore e non per andare alle Bahamas…L’altra chiave è la conoscenza. Ma davvero sattvica è la conoscenza che ci parla della trascendenza; come ogni aspetto materiale anche la conoscenza è influenzata dai tre guna. I testi vedici ci offrono questa conoscenza, ma se la nostra mente è poco sattvica comprenderà ben poco di queste leggi…La Bhagavad-Gītā ci indica come coltivare il Sattvaguna:

“ L’azione dettata dal dovere e compiuta senza attaccamento, senza attrazione e repulsione, e senza desiderio per i frutti che ne derivano, è influenzata dal Sattva. […] chi compie il proprio dovere…con grande determinazione ed entusiasmo, impassibile nel successo o nel fallimento, è una persona situata nel Sattva. […] Anche il cibo preferito da ogni persona appartiene a tre categorie che corrispondono alle tre influenze della natura materiale. […] I cibi graditi a coloro che sono situati nel Sattva accrescono la durata della vita, purificano l’esistenza e danno forza, salute, felicità e soddisfazione. Questi alimenti sono succosi, grassi, sani e graditi al cuore.”

Dobbiamo esaminare due aspetti: l’azione e il cibo. Ciò che manifestiamo e ciò che accogliamo determina il guna che ci influenzerà maggiormente. Se ci accorgiamo di non compiere le nostre azioni nella modalità indicata dalla Bhagavad-Gītā allora il Sattva è poco presente; ma come è possibile modificare le nostre azioni se sono proprio influenzate da altri guna? Abbiamo due possibilità: cercare la compagnia di persone sattviche o sforzarci di agire in modo diverso, diventando consapevoli delle nostre azioni meccaniche. Ogni tipo di yoga si basa su uno sforzo cosciente. Perché, altrimenti, Krishna starebbe trasmettendo questo sapere esoterico? Se non avessimo la possibilità di osservarci e di correggerci la conoscenza non avrebbe alcun valore. Vivere secondo questo sforzo viene indicato in sanscrito col termine Sadhana. Chi ha voglia di alzarsi alle tre del mattino per fare una doccia, recitare dei mantra e leggere la  Bhagavad-Gītā? Eppure quante persone fanno sforzi ancora più grandi per poter godere di piaceri effimeri o per denaro? Qui si inserisce il tema del libero arbitrio. Una volta ricevuta la conoscenza esoterica la coscienza può scegliere; già il semplice fatto di leggere o ascoltare questa conoscenza purifica la nostra coscienza, mettendola in grado di scegliere. Anche se siamo costantemente sotto l’influenza dei tre guna ad ogni istante la nostra natura trascendente si può manifestare. Come scriveva giustamente Schopenhauer (che aveva ben meditato sulla Bhagavad-Gītā):

“  La libertà dunque non è eliminata dal mio discorso, ma soltanto spostata, cioè portata dal territorio delle singole azioni, dove sappiamo che non la si può incontrare, più in alto, in una regione superiore, ma non facilmente accessibile alla nostra conoscenza, il che vuol dire che è trascendentale.”  Schopenhauer aveva compreso, anche grazie allo studio dei testi vedici, che la coscienza, l’essere-in-sé, ciò che è supera il mondo fenomenico, è libero, incondizionato; ma questa libertà si esprime nel mondo fenomenico attraverso il desiderio, che il filosofo chiamava Volontà. Il nostro desiderio è sempre libero ed è in base ad esso che la scintilla d’energia, la Jiva, si è ritrovata a dover seguire gli ordini dei guna. Ma nell’istante in cui il desiderio dell’anima cambia direzione anche i guna iniziano a trasformarsi. Certo, il mutamento dipende dal livello di coscienza della persona e dall’intensità del desiderio. Può esserci un cambiamento radicale o graduale. La storia di ogni essere umano ci mostra tanti esempi di questi mutamenti. In ambito religioso, e non solo, si parla di conversione. William James ha notato in proposito:

“ Le conversioni, sia politiche o scientifiche o filosofiche o religiose, sono uno degli altri modi coi quali le energie prigioniere vengono messe in libertà.  Esse unificano e mettono un termine ad antiche interferenze mentali. Il risultato è la libertà…”  Questo accade proprio perché vi è una irruzione di un’energia libera in una dimensione determinata, fenomenica. Abbiamo già visto che questa energia è l’anima stessa, la Jivashakti, la vera fonte della nostra coscienza, ciò che noi siamo realmente e ontologicamente. La coscienza (sempre libera però immersa nel sogno dei guna) si manifesta attraverso la mente nel cervello e modifica la direzione che il guna predominante stava svolgendo. Ormai vi sono nuovi studi e nuovi paradigmi scientifici che dimostrano l’esistenza di una coscienza autonoma rispetto alla materialità del cervello. Gli studi del premio Nobel  Sir John Eccles, sulle sinapsi, hanno portato a queste conclusioni scientifiche: “L’ipotesi interazionistica ecclesiana si fonda sul concetto secondo cui tutti gli eventi mentali e le esperienze rappresentano combinazioni di eventi mentali unitari chiamati psiconi. […] L’interazione reciproca tra mente e cervello sarebbe dunque caratterizzata da un’interazione che si svolge in modo unitario tra uno psicone ed un dendrone che gli corrisponde. […] Secondo Eccles, gli psiconi avrebbero vita autonoma in un loro mondo: il mondo degli psiconi, cioè il mondo dell’Io.”

  Uno dei massimi fisici del mondo, Roger Penrose, ritiene che la coscienza non sia riducibile a dei semplici meccanismi elettrici e chimici del cervello; del resto non vi è alcuna prova del fatto che la coscienza sia prodotta dal cervello; cervello e coscienza sono semplicemente concomitanti, come lo sono un’orchestra sinfonica che suona a Parigi e una radio che ne sta trasmettendo il concerto. È per pura ideologia che certi studiosi continuano a credere che la coscienza e l’Io siano dei prodotti della materia; in realtà  altri studi scientifici  affermano:  “I tentativi di riprodurre il tutto artificialmente servendosi dei mezzi classici non hanno mai funzionato. C’è voluto del tempo per risolvere il rompicapo: le proteine approfittano direttamente degli effetti quantistici per compiere attività che risulterebbero altrimenti assolutamente impossibili. In particolare, le proteine si avvantaggiano dell’effetto tunnel.” Inoltre: “Penrose e Hameroff ci dicono che l’origine della coscienza non è nel cervello ma in un ‘mondo assoluto’ come la schiuma quantistica sulla scala di Planck. Non ci sono arrivati facendo speculazioni astratte avulse dal contesto della realtà, ma semplicemente analizzando le funzioni specifiche del cervello e riuscendo a trovare una caratteristica  strutturale – il microtubulo – che trasforma il cervello in una centralina in grado di connettersi con…il mondo delle idee.”  In sostanza la nostra coscienza è libera ma deve avvenire uno sforzo, una sorta di shok perché essa possa intervenire a livello quantistico e modificare i nostri determinismi mentali. È qui che la psicologia è ancora del tutto insoddisfacente e dogmatica; come può la psicologia essere di reale aiuto all’essere umano se non comprende che la coscienza non è il cervello?

Solo grazie a questa comprensione è possibile poi operare sulle relazioni tra mente e cervello. Una coscienza risvegliata dalla conoscenza vedica può decidere se modificare la mente verso il Sattva; ma la modalità che aiuta molto ad acquisire il Sattva è la compagnia di persone sattviche; la nostra mente è influenzabile sotto diversi aspetti, ma è soprattutto l’aspetto sociale che determina la struttura mentale dell’individuo; su questo punto moltissimi studi psicologici e sociologici dimostrano questa verità. Se analizziamo le storie delle grandi conversioni ritroviamo sempre  questi due elementi: l’incontro con una conoscenza superiore o con persone che si trovano ad un livello di coscienza superiore, o entrambe le cose.  Passiamo ora ad un argomento molto importante, purtroppo sottovalutato dalla psicologia odierna, il cibo. In realtà nella cultura vedica viene considerato alimento tutto ciò che entra a contatto con i nostri sensi. Quindi non è cibo solo ciò che ingeriamo, ma anche ciò che vediamo, ciò che ascoltiamo, ciò che tocchiamo e ciò che odoriamo. La visione e l’ascolto sono le due fonti più rilevanti, poiché la mente è molto influenzata dalle immagini e dai suoni.

Quindi quando Krishna tratta di cibi Sattvici fa sì riferimento a ciò che viene cucinato e poi ingerito, ma si riferisce anche a immagini e suoni sattvici. Dato che il cibo solido e liquido viene assunto più di una volta al giorno e tutti i giorni la cultura vedica lo considera giustamente fondamentale. Ciò che mangiamo struttura la nostra mente. Questa nozione è espressa anche nella  Chāndogya Upanişad: “ Il cibo mangiato si divide in tre parti: la parte più grossolana diventa escremento, la parte più sottile diventa corpo, la parte ancora più sottile diventa mente. […] Quando il cibo è puro, c’è purezza della mente.” Ogni contatto con l’energia materiale significa contatto con i guna, con una certa struttura e vibrazione; la vibrazione dei cibi sattvici rende la mente sattvica, come il fuoco rende infuocato tutto ciò con cui viene a contatto.  Quali sono questi cibi? Krishna li ha sinteticamente descritti: sono cibi sani, succosi, adatti alla salute umana. la tradizione dello yoga indica in questo senso l’alimentazione vegetariana come l’alimentazione sattvica; cereali, frutta, verdure, latte portano la mente ad una vibrazione sattvica, pronta per la conoscenza e la felicità. Possiamo già comprendere da ciò i gravi danni che le abitudini non-vegetariane della società moderna apportano alla psiche umana. Oggi diversi studi scientifici stanno avvalorando questa tesi vedica, come le ricerche del dottor Kaplan dell’università canadese di Calgary, che hanno dimostrato quanto un’alimentazione vegetariana sia decisiva per evitare stati depressivi. Infatti vitamine e minerali presenti in frutta e verdura influenzano la mente in modo anti-depressivo, riducendo anche stati d’ansia. Il dottor Eric Brunner ha dichiarato in uno studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry che i livelli antiossidanti presenti nella frutta e nella verdura hanno un notevole effetto protettivo nei confronti della depressione.

Krishna indica non solo cibi vegetariani ma cibi sani, naturali. Con le industrie alimentari sono nati cibi con additivi chimici, come i coloranti e i conservanti, i quali hanno un effetto negativo sulla mente, non rientrando nella naturalezza del  Sattva: “I coloranti artificiali per alimenti dovrebbero essere vietati nell’interesse della salute pubblica. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Southampton sostiene che la rimozione di queste sostanze dai cibi farebbe calare i livelli d’iperattività nei bambini piccoli. Il 20 luglio 2010 è entrato in vigore il Regolamento europeo n. 1333/2008, che impone la frase ‘può influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei bambini’ sull’etichetta dei prodotti colorati con E102, E104, E110, E122, E124 ed E129”.  La conoscenza vedica possiede da sempre questa conoscenza sottile che ci aiuta a vivere in modo sano; la società moderna, invece, sta sprofondando nella catastrofe e a fatica la ricerca scientifica ritrova quelle verità che la Bhagavad-Gītā trasmette da millenni. Il lettore sa ora come alimentarsi per avere una mente serena e illuminata. Le scritture vediche indicano anche i luoghi sattvici: le foreste, i boschi, la campagna; vivere a contatto con la natura sviluppa il Sattva. Passiamo ora ad analizzare gli altri due guna,  il Rajas e il Tamas.  A proposito del Rajas Krishna dice:

   rajo rāgātmakam viddhi /   trisnā-sanga-samudbhavam / tan nibadhnāti kaunteya / karma-sangena dehinam  (cap. 14, verso 7)

   Sappi che il  Rajas, o figlio di Kunti, è caratterizzato da ardenti passioni; esso è  fonte di bramosia e di attaccamento e lega la coscienza dell’anima ai frutti delle azioni.

  Il Rajas, o rajoguna, è il responsabile delle azioni e riempie il cosmo intero di passione; mentre il sattva garantiva l’equilibrio e l’armonia il rajas è la dimensione dei desideri ardenti, del fuoco inestinguibile  di coloro che vogliono godere dei miraggi del mondo materiale. Quali sono gli effetti di questo guna su coloro che ne sono dominati? È facile intuirlo, ma Krishna così afferma: “…dal rajas si sviluppa l’avidità”  È per questo che le persone rajasiche non potranno mai essere soddisfatte, sempre in ansia per la realizzazione dei propri desideri e mai sazi, anche quando qualcosa di effimero si realizza. In questo stato di coscienza l’anima sperimenta ansia, angoscia e non può di certo dedicarsi alla conoscenza. Ecco perché questo guna non deve mai prevalere. Occorre quindi evitare la compagnia di persone dominate dal Rajas. Anche i luoghi rajasici sono sconsigliati.  Le scritture vediche considerano le città luoghi dove predomina il rajoguna.

Per quanto riguarda il cibo Krishna afferma: “ I cibi troppo amari, troppo aspri, salati, piccanti, pungenti, secchi e bruciati sono preferiti da chi è dominato dal Rajas. Essi generano sofferenza, infelicità e malattia.” Una cucina a base vegetale troppo cotta o troppo salata e piccante è da evitare, poiché aumenta l’aspetto rajasico della nostra mente. È da notare il fatto che ogni guna tende a volerci dominare e cerca di mantenere la propria influenza; più coltiviamo un guna e più sarà difficile sfuggire alla sua influenza; ecco perché una persona dominata da un guna tenderà a ricercare qui cibi e quelle compagnie che lo rinforzano. Ma il guna da abbandonare maggiormente è il Tamas. L’uomo passionale può anche passare con una certa semplicità alla virtù del Sattva, ma colui che è immerso nell’oscurità del Tamas rischia di restarvi per molte vite…Così Krishna descrive il terzo e ultimo guna:

   tamas tu ajñāna-jam viddhi / mohanam sarva-dehinām / pramādālasya-nidrābhis / tan nibadhnāti bharata.

   Sappi, o discendente di Barata, che il Tamas ha origine dall’ignoranza ed è causa di illusione per tutte le anime; esso incatena la coscienza alla follia, alla pigrizia e al sonno.

   Mentre l’essere umano rajasico può ancora intravedere la luce del sattva, l’essere perduto nel tamas rischia di sprofondare nell’oscurità più devastante. Ecco perché una reale conoscenza dei tre guna dovrebbe essere alla base di una società davvero civile; l’influenza del tamas dovrebbe essere evitata il più possibile attraverso una educazione adeguata, ma il problema dalla società moderna consiste proprio nel fatto che essa è dominata proprio dal tamas…Ciò rende questa conoscenza di inestimabile valore. La coscienza intrappolata nella prigione del tamas soffre terribilmente e causa sofferenza a tutti gli altri esseri; l’essere umano, in preda alla follia, alla pigrizia e alla sonnolenza, come può aiutare sé stesso e gli altri.

È da subito chiaro che l’uso di droghe è del tutto tamasico. Eppure la società moderna è molto indulgente (per ovvi interessi economici) verso sostanze come la nicotina, l’alcol, la caffeina, come se si trattasse di mali minori. Ma l’effetto che queste sostanze hanno sul corpo e sulla mente è del tutto tamasico. La Bhagavad-Gītā è molto seria al riguardo, soprattutto quando afferma: “…chi muore sotto l’influenza del tamas rinasce nel regno animale.” A differenza di molte scuole pseudo-spirituali new age che affermano l’impossibilità di regredire in forme animali una volta raggiunta la forma umana, la tradizione vedica afferma invece  che questa possibilità esiste ed è molto probabile in una società come quella moderna. Perché ciò accade? Perché la forma che l’anima assume nella vita successiva incarna perfettamente lo stato di coscienza dominante; se l’essere umano ha scelto di degradarsi riducendo la propria coscienza allo stato tamasico tipico degli animali il karma lo esaudisce. È sempre il nostro desiderio che decide. Se desideriamo regredire torneremo ad assumere la forma di un cane o di una tigre…Ecco perché tutti i saggi autentici affermano in modo perentorio di abbandonare totalmente ogni tipo di influenza tamasica, in particolare quella dei cibi e delle droghe. I cibi tamasici sono così descritti: “ Il cibo cotto più di tre ore prima d’essere consumato, privo di gusto, decomposto e putrido, e il cibo costituito di avanzi e di cose intoccabili, piace a coloro che sono dominati dalla più oscura ignoranza.”

Ecco perché l’alimentazione vegetariana è decisiva per una società etica e sana nel corpo e nella mente, poiché il consumo di carne, pesce e uova è del tutto tamasico. Il verso della Bhagavad-Gītā è molto chiaro, parla esplicitamente di cibi in decomposizione e putridi. Cosa vi è di più decomposto e putrido di un cadavere? Eppure il mondo intero considera, come diceva Plutarco, questi cadaveri dei manicaretti squisiti…È l’influenza del Tamas, dell’ignoranza, che impedisce a molte persone di rendersi conto che stanno mangiando un corpo morto…Non a caso i grandi artisti e i grandi filosofi dell’umanità erano vegetariani, o, come si diceva nell’antichità, pitagorici. Oggi molte ricerche mediche hanno ormai dimostrato che non solo non è necessario per l’essere umano nutrirsi di carne e pesce, ma questi “cibi” producono nell’organismo umano gravissime malattie, come tumori e problemi circolatori e cardiaci.  Ma la conoscenza vedica, sintetizzata nella Bhagavad-Gītā, affermava da millenni: “ Chi rinuncia alla carne e all’alcol, è bene intenzionato, si impegna ed è puro, non soffrirà di pazzia, interna o esterna che sia la causa. Egli conserva le sue facoltà mentali.” Queste parole tramandate dalla medicina āyurvedica si basano sulla conoscenza dei tre guna e sugli effetti che le sostanze tamasiche hanno sul corpo e sulla mente. In un verso dello Srimad-Bhagavatam possiamo leggere:

“ Quando l’influenza dell’ignoranza prevale sulla passione e sulla virtù, copre la coscienza individuale e rende sciocchi e ottusi. Una persona influenzata  dall’ignoranza cade nel lamento e nell’illusione, dorme eccessivamente, nutre false speranze e ha un comportamento violento verso gli altri.”

  Lo stato tamasico è devastante quando diventa lo stato predominante. Ogni Guna cerca d’avere il predominio, ma sta allo sforzo di ogni essere umano coltivare il sattva, evitando così di sprofondare in uno stato di coscienza del tutto oscurato. La famiglia e le scuole dovrebbero essere realtà dove viene sviluppato il guna della virtù, per permettere alla nostra identità spirituale di poter trascendere i vincoli materiali e realizzare, un giorno, la perfetta felicità. Krishna espone anche ad Uddhava la scienza dei tre Guna, e ciò sta a dimostrare l’enorme importanza che questa conoscenza esoterica riveste nell’ambito della vita umana. Mentre gli animali non possono coltivare conoscenza e spiritualità la forma umana offre questa straordinaria possibilità. Non sprechiamola seguendo le abitudini tamasiche di una società che ignora la reali influenze che il mondo materiale esercita sulla nostra psiche. Come disse Srila Prabhupada: “ La natura materiale non ci darà tanto facilmente la libertà.”

La natura materiale è progettata proprio per legarci ad essa, per renderci schiavi. Tutte le tradizioni esoteriche non hanno dubbi al riguardo. Ma questa schiavitù è stata una nostra scelta, così come può essere una nostra scelta uscire spezzare queste catene. La scienza e la pratica della Bhakti può portarci alla libertà. Ma molti hanno il terrore della libertà e preferiscono la sicurezza della schiavitù: schiavitù mentale, fisica, new age…Ma gli antichi alchimisti del Rinascimento sapevano di questa scienza e così indicavano i tre Guna: albedo, rubedo e nigredo. Sono le tre fasi della trasformazione, dall’oscurità del Tamas (nigredo) alla luminosità del Sattva (albedo). La tradizione alchemica  rinascimentale  paragonava i tre stati a tre animali: la fase oscura, il nigredo, al corvo, la fase attiva, il rubedo, alla fenice e la fase luminosa, l’albedo, al cigno.

Il cigno nell’esoterismo vedico è simbolo dell’anima, pura e perfetta, mai contaminata dall’illusione. Non a caso nella dottrina esoterica degli avatara Dio appare anche come cigno, Hamsa, ed illustra la conoscenza più segreta…Ma queste trasformazioni alchemiche hanno un solo scopo supremo: il raggiungimento della pietra filosofale. Si  tratti dell’alchimia cinese, indiana o europea, la ricerca era finalizzata alla realizzazione dell’identità divina del Sé. Ma cos’è questa pietra filosofale? Un testo vedico estremamente esoterico, l’Harinama Cintamani (La pietra filosofale dei Nomi Divini) ce lo rivela: “Il nome di Sri Krishna è la pietra filosofale eterna e trascendente.  La pietra filosofale può garantire ogni oggetto desiderabile.  La pietra filosofale del santo nome di Sri Krishna può dare a un materialista la religiosità, la ricchezza, il piacere dei sensi e la liberazione dal ciclo di nascita e morte. A un amante arreso esso offre il puro amore estatico per Krishna. Sri Krishna e il suo santo nome sono identici…”

Il canto dei nomi di Dio rappresenta dunque la vera pietra filosofale, in grado di soddisfare ogni desiderio, poiché, come indicano tutte le tradizioni mistiche, l’Assoluto vuole soddisfare i desideri dell’anima; se i desideri saranno materiali la pratica mistica del canto del nome produrrà esiti materiali, se il desiderio è spirituale il risultato sarà l’estasi eterna…Non a caso questa è la pratica che troviamo in varie tradizioni esoteriche. I Sufi affermano: “Egli mostra […] con l’esistenza dei Suoi Nomi l’esistenza dei Suoi attributi…[…] Non c’è ricordo esteriore del Nome, se non dall’intimo della contemplazione e della meditazione.” La scienza dei Nomi di Dio è la scienza spirituale più nascosta e il canto del Nome è strumento esteriore affinché il ricordo del Nome diventi il battito stesso del cuore del mistico, come espresso nei Racconti di un pellegrino russo.  A questo punto lo studio termina ed inizia il cammino…

Valentino Bellucci

 

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IL POPOLO DELLE STELLE

Nabta Playa

In passato la Valle del Nilo non era il luogo mite e fertile di ora, ma una palude inospitale, infestata dai rettili e afflitta da malattie. Attorno al 12000 a.C. quando l’ultima era glaciale volgeva la termine, inondazioni catastrofiche si riversarono nel Nilo dai laghi dell’Africa Centrale ingrossati dagli implacabili monsoni, che spazzarono via tutto al loro passaggio rendendo invivibile la Valle del Nilo. Ma gradualmente il clima si riscaldò e stabilizzò. Lentamente le paludi si ritirarono e le umide mangrovie lasciarono il posto a una meravigliosa vallata verde ai confini del deserto. A giugno alluvioni più moderate irrigarono la terra adiacente con abbondanti fertilizzanti trasformando la valle in una
colossale fattoria. A settembre le acque si ritirarono, e grazie al calore e al sole splendente, benedizioni dell’Egitto, la valle divenne un trionfo di piante, frutti e cereali. Dal 5000 a.C. questo processo annuo trasformò l’Egitto in uno Shangri-la, “luogo perfetto” perché la prima civilizzazione del mondo vi si stabilisse e prosperasse.

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La parte occidentale del Nilo era il vasto deserto del Sahara dove, da tempo immemorabile, i popoli preistorici vivevano in comunità rurali organizzate. Alti, magri e dalla pelle scura, furono loro i primi ad addomesticare il bestiame, coltivare i cereali, creare metodi per calcolare il tempo, studiare il cielo, creare un calendario, usare le stelle e il sole per rilevare il tempo e navigare, e i primi a seppellire i propri morti in tombe cerimoniali. Il bestiame era il bene più prezioso, una sorta di “dispensa ambulante” usata come mezzo di trasporto. Per questo gli antropologi hanno denominato questa misteriosa popolazione del deserto “popolo del bestiame”.

Ogni anno a giugno, le piogge monsoniche che irrigavano il Sahara riempiendo le depressioni e formando laghi provvisori in tutto il territorio arido. Uno dei laghi provvisori – oggi noto come Nabta Playa – si trovava a 100 Km a ovest del Nilo e dell’attuale Abu Simbel. Il popolo del bestiame arrivò lì nel tardo giugno, si accampò e vi rimase fino all’autunno quando il lago si prosciugò. Per molti millenni arrivò a Nabta ogni estate, usando il sole e le stelle per orientarsi. Attorno al 5000 a.C., si stabilì in modo permanente a Nabta scavando dei pozzi e procurandosi l’acqua che doveva servire da sostentamento nella stagione asciutta. Con tanto tempo a disposizione e senza più il bisogno di spostarsi da un luogo all’altro in cerca di acqua, il popolo del bestiame trasformò lentamente la propria conoscenza nella navigazione con le stelle in “religione del cielo” con complessi rituali e cerimoniali. Sapeva bene che i monsoni arrivavano durante il solstizio d’estate, e nello stesso tempo, aveva notato il primo sorgere della costellazione di Orione e della stella Sirio.

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Quel popolo osservava anche le stelle circumpolari aNord, soprattutto l’Orsa Maggiore, imparando ad usarle per prevederela durata della notte e delle stagioni. Dal 6500 a.C. si sviluppò un immenso complesso cerimoniale a Nabta Playa, una sorta di “Stonehenge” del deserto, per osservare il sorgere del sole e delle stelle. Attorno al 500 a.C., però, per un drammatico cambiamento del clima, i monsoni non raggiunsero più il Sahara, i laghi provvisori scomparvero e i pozzi finirono per prosciugarsi. Dal 3400 a.C., Nabta Playa fu abbandonata per sempre e il popolo delle stelle, assieme al bestiame e al bagaglio di conoscenze, migrò ad est verso la Valle del Nilo. Da allora, il ricordo di quel popolo scomparve negli abissi della preistoria.

Robert Bauval – Tratto da: Le Idee del Nuovo Orizzonte – Harmakis Edizioni

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I Magi

 

I MAGI 500

Nel corso della storia vi è stata una convinzione che in qualche parte del mondo (molto probabilmente in Oriente), esiste una confraternita, o un ordine di iniziati, che segretamente voleva guidare il destino dell’umanità. Verso la fine del secolo scorso, un certo numero di intrepidi esploratori, per lo più russi e tra questi, esoteristi ben noti come Madame H.P.Blavatsky, Alexandra David-Neale, P.D. Ouspensky e G.I.Gurdjieff, hanno perlustrato l’Oriente alla ricerca di questi “Maestri di Saggezza”.

Nel 1972, a seguito di un pellegrinaggio in bicicletta a Betlemme, Adrian Gilbert iniziò a cercare i maestri. Era convinto che la scuola segreta, se davvero esistesse, fosse in qualche modo connessa con la storia dei Magi in visita all’inizio del Vangelo di San Matteo. Era sicuro che questo episodio apparentemente banale per quanto riguarda i re e i doni di oro, incenso e mirra, se fsse solo adeguatamente compreso, era altamente significativo.

G.I.Gurdjieff che venne in Occidente nel 1920 e che aprì una scuola esoterica misteriosa in Francia, ha affermato di aver rintracciato un’organizzazione segreta e molto antica chiamata “Fratellanza Sarmoung”. Facendo seguito a indizi che ha lasciato nel suo lavoro semi-autobiografico: “Incontri con uomini straordinari”, Gilbert accerta , che c’era sostanza su questa storia della fratellanza, e fu probabilmente l’ultimo residuo di una scuola gnostico Cristiana, che una volta fiorì in Mesopotamia settentrionale .

The heads from the hierothesion of Antiochus Epiphanes of Commagene

Trovò tracce di questa scuola perduta, che sembra essere stata fiorente all’epoca di Cristo, nel sud-est della Turchia in un luogo chiamato Commagene. Ci sono prove dell’esistenza nella forma di monumenti costruiti da un re chiamato Antioco I Epifane. Gilbert ritiene che questo re minore era strettamente legato alla confraternita Sarmoung del suo tempo ( c.70-30 a.C.) I monumenti lasciati sparsi nel suo piccolo regno sull’Eufrate superiore indicano il suo interesse per il simbolismo del Leone (Leo).

(Stele del Leone di Commagene)

Atela of the Lion horoscope at Arsameia

Il monumento funerario di Antioco presso  Nimrod presenta questa incredibile stele che è il più antico oroscopo conosciuto sulla terra. Essa mostra che conosceva molto bene l’astrologia e la tradizione ermetica. In realtà da una data astronomica (6 luglio 62 a.C.), che Gilbert crede si riferisca alla sua iniziazione, quando ricevette il titolo “Epifane”. Altrove nel suo regno, ad Arsameia la capitale invernale, vi è condotto misterioso. Gli archeologi sono stati a lungo perplessi per questo, ma Gilbert ha scoperto, che anche questo fu destinato a dare due date significative, tra cui la “il compleanno Reale” dei Re di Commagene (28 luglio).

Shaft at Arsameia

Il condotto è lungo circa 158 metri e si affaccia ad ovest. Utilizzando un programma per computer per eseguire il tracciamento del cielo nel c.62 a.C., si può vedere che esso, sarebbe stato illuminato dal sole, esattamente due giorni nel corso dell’anno. Questo sarebbe stato nel pomeriggio, quando il sole era in congiunzione con la stella Regolo in Leone e l’altro quando era in posizione “stretta di mano” sopra la mano tesa di Orione.

Hercules shakes hand of the king

Queste due date significative Gilbert, segnalavano il compleanno reale compleanno dei re e la data corretta per la sua anima a salire di nuovo alle stelle. Il collegamento con Orione, sembra essere indicato da un enorme stele del re che stringe la mano a “Ercole” un dio che fu trasformato in una costellazione e che sembra essere stato originariamente identificato con Orione il cacciatore. 

Gilbert ha anche trovato altre prove presso la città di Edessa (ora chiamata Sanliurfa) per un incredibile culto astrologico basato sui movimenti di Orione e collegati con i profeti dell’Antico Testamento.

Questa città erano famosa nei primi tempi del Cristianesimo per le sue scuole di apprendimento, nonché per alcune sacre reliquie lì conservate. Fu ancora una volta una volta importante nei primi anni delle crociate, mentre la sua caduta da parte degli eserciti musulmani, prima di prima Zengi nel 1145 e poi suo di suo figlio Nuraddin nel 1146, scatenarono la seconda crociata.

Mettendo insieme altri pezzi di prova, e ulteriori ricerche “sul campo”, Gilbert ha trovato tracce che legano questa confraternità perduta con la storia dei Magi nel Vangelo di Matteo. L’evidenza suggerisce che i Magi aspettavano la nascita di un re / Messia non nel nostro cosiddetto giorno di Natale del 25 dicembre, (che è in ogni caso sulla base della vecchia festa pagana della nascita di Mitra), ma il 29 luglio 7 a.C. In questo giorno c’era una configurazione speciale nel cielo. Ogni anno, in quel momento il sole si alzava nella posizione del “compleanno del re”: in congiunzione con il “Piccolo Re” o “Cuor di Leone”con  stella di Regolo nel Leone. Allo stesso tempo, appena prima dell’alba, Sirio, la stella più luminosa del cielo, farebbe la sua apparizione dopo un periodo di invisibilità. Secondo la mitologia Egizia, Sirio era la stella della dea Iside. La sua ricomparsa rappresentava la dea che esce dal confinamento per partorire, all’alba suo figlio Horus, rappresentato dal Sole in congiunzione con Regolo.

Occhio di Horus
Occhio di Horus

La mitologia sulla base di questa disposizione delle stelle, fu Cristianizzata dalla chiesa primitiva in modo che Sirio rappresentasse Maria dando alla luce non Horus, ma il proprio figlio, Gesù, simboleggiato come il sole raggiante. Altre stelle visibili all’alba di quel giorno sono significative. Orione, che in Egitto rappresentava Osiride, la consorte di Iside divenne ora Giuseppe. La stella Procione, che come Sirio sorge dopo Orione, era probabilmente rappresentata dalla sorella di Iside, Nefti. Diventata ora la ‘ levatrice ‘, che compare anche in alcune delle storie della Natività.

La stabilità è rappresentata dallo zodiaco: un luogo di animali. Visibili in esso, il bue (Toro) e  la pecora (Ariete). La mangiatoia in cui nacque il bambino Gesù è il luogo in cui gli animali ottengono il cibo. In ebraico significa ‘Betlemme’ “posto del pane”. Fu, anche una città nella provincia di Giuda, della tribù dei Leoni di Israele, ed è quindi rappresentata dalla stella Regolo nella costellazione del Leone o leone. Il sole congiunto a Regolo è quindi il simbolo di Gesù nella mangiatoia.

I tre pastori sono simboleggiati nel cielo. Sono stelle che “aprono la strada” e sono rappresentati dalle stelle Procione, Castore e Polluce, che tutte si alzano prima di Sirio e, quindi, come pastori, guidano il sole che nasce.

I tre re sono qualcosa di diverso. Gilbert è convinto che la “Stella dei Magi”, che presumibilmente li ha guidati alla stalla di Betlemme, fu davvero la grande congiunzione dei due grandi pianeti Giove e Saturno. Questa congiunzione è durata per diversi mesi e ha avuto luogo in Pesci, il segno dei Pesci, simbolizza il Cristianeso e l’allora nuova era. Il 28 Luglio questi pianeti salirebbero fino alle 9,30 di sera e poi, come le stelle più brillanti del cielo, sarebbero visibili fino a poco dopo l’alba. Essi rappresentano due re: Melchiorre (Giove, il re portando oro) e Gaspare (Saturno, il re portando mirra). Questo perché Giove è il pianeta della ricchezza (oro), mentre Saturno si occupa di morte e sepolture, ma anche di longevità. La Mirra fu utilizzata principalmente per la mummificazione ed è quindi emblema di Saturno. Il terzo pianeta era Mercurio, che in quel giorno era il più vicino al Sole Egli è Baldassarre (o Baltazzàr) e il suo nome significa “capo del Signore”. Si alza poco prima del Sole e, come un visir, è in stretto correlazione. Il suo dono era l’incenso, simbolo delle funzioni sacerdotali o magiche. Leggendo correttamente la storia dei Magi in visita nella stalla di Betlemme,  abbiamo l’oroscopo di Gesù.

Le stelle indicano che egli è nato per essere re (come un re Magi di Commagene) e riceve, come tutti noi, i doni appropriati dal pianeta della della sua nascita. Per illustrare tutto quanto sopra Gilbert ha commissionato un quadro ad vecchio amico. Poichè le stelle in questione abbracciano quasi la metà del cielo, hanno dovuto essere compresse, in una proiezione “lente fish-eye”. Tuttavia, se si prende in considerazione la curvatura dell’ orizzonte, questo è il modo in cui sono apparse le stelle. Questa è probabilmente la prima volta che un qualcuno ha tentato di dipingere un’autentica adorazione “stellare corretta” dei Magi. Per maggio chiarezza, abbiamo incluso  sotto una schermata dal programma Skyglobe, mostrando come apparirebbero le stelle e le costellazioni all’alba del 29 luglio 7 a.C.

Star-correct adoration of the Magi

magstarsa    (La ‘Natività Stellare’ nel 29 Luglio 7 a.C. a Betlemme)

Questo libro copre molto più che la storia di Natale, per quanto interessante in quanto si tratta. Esso rivela per la prima volta chi erano veramente i Magi da dove venivano e come la loro conoscenza è stata preservata. Si dà anche un sacco di informazioni riguardanti le cattedrali medievali, la “storia segreta” d’Europa e molto altro ancora “. Tutto questo si basa sulla ricerca seria e scrupolosa. Se siete il tipo di persona che si interessa di misteri, sarete sicuri di trovarlo affascinante.

 

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[:it]A casa di Gurdjieff per Natale[:en]At home Gurdjieff for Christmas[:]

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Come esempio della maniera non dogmatica e del tutto pratica che aveva Gurdjieff di insegnare, racconterò quello che mi è capitato la vigilia di Natale (il Natale russo che viene in ritardo di tredici giorni rispetto al nostro). Ero stato convocato a casa sua dove trovai un altro dei suoi allievi. Il padrone di casa ci fece entrare nel salone che era vuoto e al centro del quale erano stati deposti dei giocattoli, dei dol­ciumi e delle arance. Si trattava di ripartirli in piccole buste di carta affinchè ogni bambino avesse la sua parte.

Un grazioso abete, appena riportato dal mercato dei fiori, testimoniava che tutto sarebbe stato fatto secondo le regole. Mi sentii in dovere di trasformarlo in albero di Natale. Ave­vo a portata di mano delle ghirlande, le candele e le stelle necessarie. Per un alsaziano come me era un’occupazione profondamente soddisfacente. Il mio compito era terminato o quasi quando Gurdjieff entrò, gettò un rapido sguardo ai nostri lavori e, avvicinan­dosi all’albero, mi fece segno di appenderlo al soffitto. Non credevo ai miei occhi. «Ma… Signore… al soffitto là in alto? La punta in basso? Le radici per aria?». Era proprio quello che voleva. Non mi restava che spogliare l’abete e, montato su di uno sgabello, fissare alla meglio le radici al soffitto. Quanto alle candele, non avevo avuto nessuna in­dicazione e Gurdjieff era già uscito dalla stanza. Questa storia lascia perplessi. Si fa presto a dire: «Que­st’uomo non fa niente come tutti gli altri. Smettete di in­terrogarvi su di lui». Io invece gli attribuisco un’intenzione precisa. Ma qual era in questo caso? Chi ha orecchie per intendere, intenda.

(Tratto dal libro Monsieur Gurdjieff, ma lei chi è? di Renè Zuber)

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As an example of a non-dogmatic and quite practical that Gurdjieff had to teach, I tell you what happened on Christmas Eve (the Russian Christmas, which is delayed by thirteen days compared to ours). I had been summoned to his house, where I found another one of his students. The host made us enter the living room that was empty and the center of which had been deposed toys, candy and oranges. It was to allocate them in small paper envelopes for each child had his share.

A lovely fir, just quoted from the flower market, testified that everything would be done according to the rules. I felt compelled to turn it into Christmas tree. I had to hand garlands, candles and the stars needed. For an Alsatian like me was an occupation deeply satisfying. My job was finished or almost when Gurdjieff came in, threw a quick look at our work and, approaching the tree, signaled me to hang it from the ceiling. I could not believe my eyes. “But … Lord … the ceiling up there? The tip at the bottom? The roots for air? “. It was just what he wanted. I just have to strip the fir and, mounted on a stool, staring at the ceiling better roots. As the candles, I had had no indication and Gurdjieff had already left the room. This story is puzzling. It’s easy to say, “This man does nothing like everybody else. Stop to question you about him. ” I will attach the precise intention. But what it was in this case? He who has ears to hear, let him hear.

(From the book Monsieur Gurdjieff, but who are you? Rene Zuber)

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[:it]Magia delle Piramidi, recensione di Silvia Turrin [:en]Magic of the Pyramids, review of Silvia Turrin[:]

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foto Hawass

La civiltà dell’Antico Egitto continua ad affascinare non solo i cultori di archeologia e storia. Simboli imponenti quali la Sfinge e le piramidi edificate per volontà di Cheope, Chèfren e Micerino rappresentano una straordinaria eredità consegnataci a noi posteri dagli Egizi, un popolo che visse sulla Terra guardando al cielo. Negli ultimi decenni, è in atto un forte revisionismo che ha toccato anche la storia archeologica dell’Antico Egitto. Sono stati scritti e vengono ancora adesso pubblicati testi, molti dei quali di dubbio tenore scientifico, che mettono in discussione talune conoscenze di quell’epoca, in primis le datazioni della Sfinge. Maestoso simbolo de Il Cairo e della piana di El Giza, la Sfinge si ritiene sia stata edificata intorno al 2660-2500 a.C., ma taluni personaggi mettono in dubbio la datazione ufficiale lanciando teorie e supposizioni che non hanno ancora trovato riscontro.

Ciò che davvero è certo è che la Sfinge e le piramidi e altri simboli archeologici dell’Antico Egitto sono in pericolo. Il passare del tempo, le tempeste di sabbia, l’erosione causata dalle acque, le escursioni termiche, e poi ancora interventi di restauro inopportuni hanno provocato danni a molti monumenti. Anche l’afflusso di turisti e, addirittura, eventi organizzati ai piedi della Sfinge – come alcuni concerti di musica pop e rock – hanno contribuito ad aggravare la fragilità di quest’opera d’arte che è riuscita a resistere per millenni.

Colui che da decenni sta portando avanti un lavoro di conservazione è il conosciuto Zahi Hawass, archeologo ed egittologo egiziano, direttore degli scavi presso Giza, Saqqara, Bahariya, e la Valle dei Re. Questo lungo periodo di attività archeologica, le ricerche, gli ostacoli, i problemi avuti sin dagli anni Ottanta del secolo scorso vengono da lui raccontati nel libro Magia delle Piramidi. Le mie avventure in Archeologia edito da Harmakis Edizioni (2015). Il saggio, curato e tradotto per l’Italia dalla Dott.ssa Maria Stella Mazzanti è dedicato a Mark Lehner, archeologo, stretto collaboratore dell’Autore. Insieme, per 30 anni, Hawass e Lehner hanno lavorato in Egitto, hanno realizzato scavi, effettuato scoperte incredibili, trovato soluzioni a deterioramenti che sembravano irrisolvibili.

sphinx

La Magia delle Piramidi conduce il lettore nella terra dei faraoni, tra sfingi – perché si scopre, leggendo il testo, che ve ne sono altre in Egitto, più piccole – camere segrete e passaggi interni alle piramidi stesse. Zahi Hawass, fornendo dati, riferimenti, immagini, racconta il passato e il presente dei principali simboli dell’Antico Egitto, descrive le spedizioni dei primi archeologi, gli errori commessi e i progetti successivi fondati su un’alta tecnologia compiuti per salvare la Sfinge e per effettuare ricerche al suo interno al fine di scoprire le stanze segrete. Suddiviso in 12 Capitoli e arricchito da immagini che fotografano luoghi e importanti momenti della ricerca archeologica – come il pozzo di Osiride e l’apertura del sarcofago della Regina Shesheshet – il volume intende fare chiarezza scientifica su alcuni punti, ancora controversi, di questa storia egiziana così affascinante. Alcuni progetti, portati avanti grazie all’impiego di robot in grado per esempio di addentrarsi nei passaggi della grande piramide di Cheope, hanno permesso di riportare alla luce altre vestigia, come la piramide di Khut e la tomba del figlio di Teti. Questo e altro ancora viene svelato da Zahi Hawass, l’archeologo egiziano più noto al mondo.

Silvia C. Turrin

Magia delle Piramidi

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foto Hawass

The civilization of Ancient Egypt continues to fascinate not only the lovers of archeology and history. Imposing symbols such as the Sphinx and the pyramids built by the will of Cheops, Chephren and Mycerinus are a unique heritage passed down to posterity by the Egyptians, a people who lived on Earth looking to the sky. In recent decades, it is undergoing a strong revisionism that has also affected the archaeological history of Ancient Egypt. They have been written and are still now published texts, many of them of dubious scientific content, questioning certain knowledge of that time, primarily the dating of the Sphinx. Majestic symbol of Cairo and the plain of El Giza, the Sphinx is believed to have been built around 2660-2500 BC, but some people question the official launching date theories and assumptions that have not been reflected.
What is certain is that really the Sphinx and the pyramids and other archeological symbols of Ancient Egypt are in danger. Over time, dust storms, erosion caused by water, the temperature changes, and then again restorations have caused undue damage to many monuments. Although the influx of tourists and even events held at the foot of the Sphinx – as some concerts of pop and rock music – have helped to exacerbate the fragility of this work of art that has managed to hold on for millennia.
He who for decades is conducting conservation work is known Zahi Hawass, the Egyptian archaeologist and Egyptologist, director of excavations at Giza, Saqqara, Bahariya, and the Valley of the Kings. This long period of archaeological work, research, obstacles , the problems we had since the eighties of the last century are narrated by him in the book Magic of the Pyramids. My Adventures in Archaeology, published by Editions Harmakis (2015). The essay, edited and translated by Italy by Dr. Maria Stella Mazzanti is dedicated to Mark Lehner, an archaeologist, a close associate of the author. Together for 30 years, Hawass and Lehner have worked in Egypt, they have made excavations, made incredible discoveries, found solutions to deterioration that seemed unsolvable.

sphinx

The Magic of the Pyramids leads the reader to the land of the Pharaohs, sphinxes between – because it turns out, reading the text, that there are others in Egypt, smaller – secret chambers and passages inside the pyramids themselves. Zahi Hawass, providing data, references, pictures, tells the past and present of the main symbols of Ancient Egypt, describes shipments of the first archaeologists, the mistakes and the subsequent projects based on high technology made to save the Sphinx and search within it in order to discover the secret rooms. Divided into 12 chapters and enriched with images which capture important moments and places of archaeological research – such as Osiris Shaft and the opening of the sarcophagus of Queen Shesheshet – the book aims to clarify some points of scientific, yet controversial, this Egyptian history so fascinating. Some projects carried out through the use of robots can for example go into the steps of the great pyramid of Cheops, they have helped to bring to light other vestiges, like the pyramid of Khut and the tomb of the son of Thetis. This and more is revealed by Zahi Hawass, the Egyptian archaeologist best known worldwide.

Silvia C. Turrin

Magia delle Piramidi

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[:it]Memorie di una Viaggiatrice dello Spirito[:en]Memories of a traveler of the Spirit[:]

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Il libro è un’autobiografia nella quale l’autrice ripercorre tutti i momenti fondamentali del suo cammino spirituale: gli incontri con diversi maestri e con gruppi di diverse scuole esoteriche, le prove iniziatiche, i viaggi esteriori ed interiori, le piccole e grandi realizzazioni spirituali. L’autrice racconta come il cammino spirituale abbia cambiato completamente la sua vita sin da quando, appena adolescente, si è trovata a vivere parallelamente alla crescita reale la sua crescita spirituale. Vengono riportati integralmente gli insegnamenti orali ricevuti, che le hanno tracciato una
mappa di quel cammino che l’ha condotta ad esplorare l’Ignoto.

L’antroposofia, il Raja-Kriya yoga, l’ermetismo e l’alchimia, in una pratica assidua e costante, le hanno rivelato profonde analogie con lo sciamanesimo di Castaneda e la Quarta Via di Gurdjieff: percorsi che, pur apparentemente diversi, sono confluiti coerentemente in un cammino unico e personale, lungo il quale ogni incontro, ogni libro e ogni insegnamento hanno avuto importanza. Gli insegnamenti dei vari maestri si sono via via riuniti come ad essere frammenti destinati a formare un quadro completo e ricco di significati. E l’Ignoto, sempre imprevedibile e sorprendente, ha condotto l’autrice lungo sentieri prima inimmaginabili. Se diventa pratica costante, vissuta in ogni attimo dell’esistenza, la spiritualità si intreccia profondamente con la vita, dando origine a misteriose coincidenze e incredibili esperienze, delle quali viene data ampia testimonianza in questo libro.

HERMELINDA
Memorie di una Viaggiatrice dello Spirito
Sulla via dello yoga, tra i sentieri dell’ermetismo, dell’alchimia e dello sciamanesimo.
Harmakis Edizioni
Collana: Saggi
Formato: 200 x 280
Confezione: Brossura
Pagine: 384
Prezzo: 29,00
ISBN 978-88-98301-25-6

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The book is an autobiography in which the author recounts all the key moments of his spiritual journey: meetings with various teachers and groups of different esoteric schools, the initial trials, the outward and inward journeys, small and great spiritual realizations . The author tells how the spiritual path has completely changed his life ever since, as a teenager, has had to live alongside the real growth his spiritual growth. They shall be reproduced verbatim the oral teachings received, which have drawn a map of the journey that has led her to explore the unknown.


Anthroposophy, the Raja-Kriya yoga,  shamanism and alchemy, in a constant and assiduous practice, revealed the profound similarities with shamanism of Castaneda and the Fourth Way Gurdjieff: paths which, although seemingly different, are converged consistently in a unique and personal journey, along which every encounter, every book and every teaching they have mattered. The teachings of various masters have gradually gathered as fragments to be designed to form a complete and full of meanings. And the unknown, always unpredictable and surprising, he led the author along paths previously unimaginable. If it becomes constant practice, experienced in every moment of existence, the spirituality is deeply intertwined with life, giving rise to mysterious coincidences and unbelievable experiences, which are given ample testimony in this book.


HERMELINDA
Memories of a traveler of the Spirit
On the path of yoga, through the paths of hermeticism, alchemy and shamanism.
Harmakis Editions
Series: Essays
Format: 200 x 280
Packaging: Paperback
Pages: 384
Price: 29,00
ISBN 978-88-98301-25-6

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Una civiltà evoluta? di Valentino Bellucci

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Una civiltà evoluta?

 Mi sono sempre chiesto da dove sia nata tutta questa sete di sangue e di violenza dell’uomo europeo; altre civiltà ne sono esenti, ancora oggi, e vivono in modo semplice e pacifico, in armonia col cosmo. La studiosa della Preistoria, Marija Gimbutas, scoprì che circa 5000 anni fa delle tribù provenienti dall’Europa medio-orientale invasero le culture del Mediterraneo: “…queste tradizioni millenarie furono troncate di netto: città e villaggi furono rasi al suolo, sparì la magnifica ceramica dipinta, così pure gli altari, gli affreschi, le sculture, i simboli…[…] Le culture antico-europea e Kurgan erano agli antipodi l’una dell’altra. Gli antichi europei erano orticoltori sedentari, inclini a vivere in grandi agglomerati ben pianificati. L’assenza di fortificazioni e di armi attesta l’indole pacifica di questa civiltà egualitaria, che era matrilineare e matrilocale. Il sistema Kurgan era composto da unità di mandriani patrilineari, che vivevano in piccoli insediamenti stagionali e allevavano i loro animali in vaste aree.

Un’economia era basata sulla coltivazione, l’altra sull’allevamento e la pastorizia; le ideologie a esse sottese erano opposte. Il sistema di credenze antico-europeo si concentrava sul ciclo agricolo di nascita, morte e rigenerazione, incarnato dal principio femminile, una Madre Creatrice. L’ideologia Kurgan, come si evince dalla mitologia comparata indo-europea, esaltava gli dèi virili, guerrieri eroici, patroni del fulmine e del cielo…”[1]   C’è del vero nelle scoperte archeologiche e etnologiche della Gimbutas, ma manca una visione più ampia, la visione ciclica. Se le tribù Kurgan hanno invaso le altre culture, pacifiche e dedite all’agricoltura (e quindi sostanzialmente vegetariane), sterminandole – ciò è successo non solo a causa della “addomesticazione del cavallo [che] sembra aver prodotto uno squilibrio tra l’approvigionamento di terreni di pascolo nelle steppe della Russia meridionale e il bisogno di cibo per le mandrie che diventavano rapidamente sempre più numerose.”[2] ma soprattutto a causa di una visione della natura come parte separata, da dominare e sottomettere. I gruppi Kurgan avevano già una struttura sociale che avvalorava il più forte e rituali con sacrifici umani…E avevano perso una visione del tempo ciclica, che le culture della Dea Madre invece seguivano; è con una visione della propria storia come linea separata dalle ciclicità del cosmo che nasce l’europeo violento, dominatore, colonialista, come ha intuito acutamente Jean Servier: “ Differiamo dalle civiltà tradizionali perché vogliamo concepire la storia come un corso lineare…[…] …per esse infatti il passato non è insondabile né l’avvenire misterioso, poiché entrambi sono pagine di uno stesso libro. Tutti gli uomini hanno coscienza di essere i segni scritti sulle pagine di questo libro, foglie di uno stesso Albero della Vita…”[3] Ma dai Kurgan in poi l’Europa sceglie l’Albero della Morte, con tutte le continue guerre per il potere che la storia “lineare” ci racconta, con tutti i genocidi, fino alla situazione attuale, dove all’uomo occidentalizzato non resta che rivolgere quella follia distruttiva su se stesso; il disastro ecologico è quindi il culmine di un tipo umano, che da millenni vive in una costante separazione psichica dal resto dell’armonia cosmica…In fondo gli allevamenti intensivi non potevano che essere la logica follia di una visione dell’animale come oggetto, che già i Kurgan avevano abbracciato. Ma questo disastro rientra anch’esso in un ciclo.

Questo è ciò che gli studiosi stessi ignorano, poiché rifiutano la storia ciclica contenuta nei Purāna, testi enciclopedici di una civiltà avanzatissima sotto ogni aspetto. L’umanità attraversa quattro epoche, con diverse caratteristiche, e l’epoca attuale è denominata Kali-Yuga, cioè età (yuga) perdente (kali), dove domina la violenza e l’autodistruzione. E tale epoca, secondo i calendari vedici, ha avuto origine proprio 5000 anni fa, quando la Gimbutas fa risalire la discesa devastante dei Kurgan…coincidenza? No, semplicemente il cosmo è, appunto, un ordine e in tale ordine le epoche si avvicendano, nel loro eterno ciclo, fino alla dissoluzione dell’universo, anch’essa parte di un ciclo più grande. Quindi non basta, come afferma Riane Eisler, “il passaggio dall’androcrazia alla gilania [che] contribuirebbe a far cessare la politica di dominio e l’economia di sfruttamento”[4], poiché  recuperare il ‘femminile sacro’ senza avere un diverso paradigma del ‘maschile sacro’ è ugualmente alienante e inefficace, come le varie correnti del femminismo e dell’ecologismo hanno dimostrato. Per uscire dall’incubo del Kali-yuga occorre recuperare la radice stessa della ciclicità sacra e la conoscenza immensa che la civiltà vedica ci offre…conoscenza materiale e spirituale insieme. Ho altrove[5] dimostrato che l’antica civiltà vedica non è stata il prodotto delle ‘invasioni ariane’ (sempre legate al paradigma Kurgan) ma è stata una civiltà planetaria dove maschile e femminile erano in perfetta armonia e ogni ordine sociale (varna) serviva all’equilibrio del Tutto.

Nei capitoli di questo saggio ho analizzato i vari aspetti della degenerazione del Kali-yuga, degenerazione che investe la scienza, l’arte, la religione, la medicina…Lo studioso Josipovici così ha sintetizzato la situazione attuale: “ Ed ecco il risultato: trascinato, poi dominato da bisogni materiali sempre nuovi, schiavo di leggi economiche incontrollabili, costruttore di industrie che distruggono la vita, accade che la natura torturata non solo abbia smesso di dargli il minimo sostegno, ma gli si rivolti contro…”[6] Tutti i popoli del pianeta hanno guardato con tristezza alla ‘follia dell’uomo bianco’, follia che non sembra arrestarsi ma accelerare; nel Bhagavata Purāna questa epoca è descritta così: kaler dosa-nidhe, ovvero: un oceano di errori; il testo vedico descrive nel dettaglio la degenerazione fisica, morale, politica, economica e persino ambientale! Eppure abbiamo la possibilità di una via d’uscita, se lo vogliamo.

Valentino Bellucci



[1] M. Gimbutas, Kurgan. Le origini della cultura europea, Medusa, Milano 2010, pag. 72 e 73.

[2] Ivi., pag. 74.

[3] J. Servier, L’uomo e l’invisibile, op. cit., pag. 397 e 401.

[4] R. Eisler, Il Calice e la Spada. La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad oggi, Forum, Udine 2012, pag. 352.

[5] Cfr. V. Bellucci, Le strutture sociali del varnāshrama-dharma, Solfanelli, Chieti 2014.

[6] J. Josipovici, Il fattore “L”, Mediterranee, Roma 1976, pag. 59.